Recensioni

Cosa dicono di me…

“Ho letto “La Cucitrice “in un giorno. E’ un romanzo toccante, pieno di sensibilità e particolari così accurati che ti portano lontano nel tempo a vivere quel mondo rurale della nostra provincia che non tutti conoscono.
La storia poi di Rosalba che vuole rintracciare le radici della famiglia scoprendo il passato della nonna è ricca di suspance.
I capitoli scorrono veloci e non vedi l’ora di scoprire il seguito degli eventi!
Questi sono narrati con un linguaggio disteso e rilassante che non risulta però mai troppo semplice e banale.
Consiglio a tutti la piacevole lettura di questo romanzo anche per immergerci in uno spaccato di vita rurale  di quel tempo e assaporarne la semplicità di vita e i suoi valori.”

Francesca Tamburini

Docente, recensione per "La Cucitrice"

“La cucitrice è un romanzo ispirato a una storia vera e le protagoniste sono donne che hanno vissuto secondo le consuetudini del secolo scorso, in una società rurale povera.

La loro è un’esistenza durissima che Rosalba, giovane da poco tornata dal Regno Unito, prova a riscoprire, dopo la morte della nonna amata, attraverso lettere e testimonianze di anziane ancora viventi. 

Emergono, dunque, interpreti femminili di grande forza e coraggio, dove gli uomini sono tristi e pallide controfigure. Un esempio è il ricco conte francese invaghitosi della bella operaia che abbandona senza ripensamenti al momento opportuno.

Come sempre, quando un uomo e una donna provano dei sentimenti reciproci, chi ne paga le spese è la donna.  “Perché la donna va a casa con la pancia”, si diceva, un tempo. Già, la donna nutre e partorisce un bimbo che, però, non è solo suo, porta anche il seme del padre. Ma il padre non è visibile e, nei secoli, ha sempre saputo sfuggire alle responsabilità.

Così, nasce una bimba che viene abbandonata, cioè esposta, perché la società non perdonerebbe (la donna).

La Calandra riesce a tratteggiare intrecci e vicissitudini con grande rispetto degli esseri umani coinvolti.  Ed è quasi come se volesse stringere in un grande abbraccio queste coraggiose lavoratrici, mamme e mogli.

I loro sacrifici e le loro sofferenze non sono sempre premiati: le malattie, le morti, anche delle persone amate, si abbattono con caparbietà su di loro.

I sentimenti di amicizia e di amore, però, riescono a rendere migliore la quotidianità, insieme ai sogni e alle speranze.

Forse, oggi, tutti avrebbero bisogno di rileggere vicende come queste.

In parte, per essere felici che la donna sia diventata più libera e autonoma, che non sia succube della società, che possa persino avere un figlio e crescerlo senza doverlo abbandonare, se vuole (gli uomini irresponsabili esistono sempre).

In parte, per essere attenti che le condizioni non tornino a peggiorare.

La presunta superiorità e voglia di comando e imposizione del maschio è tuttora in agguato.

Noi donne dobbiamo sapere, informarci, ricordare e mantenerci vigili.

Basta un attimo di disattenzione per ritrovarci di nuovo a essere macchine da lavoro e da filiazione, da prendere e lasciare a proprio piacimento.

Oggi, sarebbe davvero assurdo.”

Fonte: LA CUCITRICE di Katia Calandra, considerazioni di Renata Rusca Zargar (senzafine.info)

Renata Rusca Zargar

recensione per "La Cucitrice"

“L’ho letto in due giorni,  da una parte ero curiosa di sapere come andavano a finire le vicende delle protagoniste e dall’altra ero affascinata dall’ambiente rurale ormai svanito che la  scrittrice ricostruisce con tanti dettagli interessanti. Lo si esplora attraverso la prospettiva della narratrice, già familiare dai due libri precedenti – La vita fra i capelli e Lo chiamavano Geronimo e man mano si incastrano i tasselli dei vari racconti in una visione poliedrica di un mondo complesso – il gioco di sovrapposizione e di completamento dei tre testi  gli conferisce maggiore spessore, ma sono godibilissimi anche separatemente. Da leggere!”

José Anne Gengler

Docente, recensione per "La Cucitrice"

“E’ un romanzo molto piacevole che si legge tutto d’un fiato. La storia, coinvolgente e ricca di dettagli, si sviluppa intorno al tentativo di Rosalba di ricostruire il passato di sua nonna Alba. Ne scaturisce una ricerca appassionata piena di sentimenti delicati. Emerge la vivacità sorprendente della vita della provincia e dell’entroterra marchigiano agli inizi del secolo scorso. Un tuffo nel passato, fatto di tradizioni, di sapori e sentimenti autentici che rendono il racconto prezioso. Il finale sorprende poiché riesce ad unire passato e presente in una consapevolezza nuova. Da non perdere!”

Amalia Curzi

Docente, recensione per "La Cucitrice"

“Romanzo di scorrevole e piacevole lettura; il lettore, attraverso i racconti di Rosalba, Iride e Ida, viene proiettato in una storia marchigiana, in  un’atmosfera ormai perduta. La meticolosa descrizione del lavoro alla filanda, degli odori e dei sapori, il forno della crescia di Pasqua e la nonna indaffarata, rievocano nel lettore, ricordi di un passato di gente e di una ritualità  tradizionali ormai desuete. La descrizione dell’odore del caffè protagonista nei vari racconti, riesce a coinvolgere con il suo aroma il lettore a tal punto da renderlo partecipe al colloquio fra le due donne.”  

Luca Santi

Docente, recensione per "La Cucitrice"

 

“Nel racconto lo sguardo dell’autrice è duplice: uno temporale con cui ripercorre la storia del territorio montefeltresco, nella durezza e generosità della sua terra, palcoscenico delle storie; l’altro è atemporale dove si racconta quella natura senza tempo che non ci soffermiamo più a guardare. La trama si snoda in un intreccio tra quello che era e quello che i protagonisti del racconto vorrebbero accompagnarci a recuperare, la conoscenza dell’uomo il cui fine è quello di capire la natura per poterne seguire le regole e vivere meglio.

Più ci avviciniamo a quello che veramente siamo più siamo felici: la vita spesso non ci fa più pensare in maniera semplice, presi come siamo a correre in continuazione a un qualche dettaglio, a qualche piccolezza che ci fa perdere il senso del tutto. Quello che l’autrice ci invoglia a intraprendere è il cammino per  arrivare a quello che siamo, pur attraverso strade non sempre facilmente percorribili. Gli errori, le disillusioni, le perdite diventano parte del percorso che poi, sorprendentemente, si apre a panorami mozzafiato, affetti indistruttibili,  legami imperituri con la natura e i suoi abitanti.

Il tutto raccontato attraverso le lunghe chiacchierate tra padre e figlia per ricordare al lettore l’importanza inestimabile della famiglia, in un linguaggio fluido e coinvolgente: la figura meravigliosa di un padre, a cui la vita dura dei campi ha ispessito la pelle, ma non il cuore; una figlia, curiosa e impaziente di assaggiare il futuro, che non rinnega mai le sue radici.”

Beatrice Catenacci

Docente, recensione per "Lo chiamavano Geronimo"

“La vicenda si svolge a due voci. Da una parte, un branco di caprioli la cui vita è sempre in pericoloa causa dei lupi ma anche dei bracconieri e, persino, della neve che non permette loro di cibarsi. Dall’altra, un ragazzo che vive in una fattoria in cui i genitori allevano capre per il latte. Edoardo, così si chiama il protagonista, ama molto quel luogo, la natura e, in particolare, gli animali. Perciò, durante le lunghe osservazioni, scorge da lontano i caprioli. Ma l’eccezionale è che uno di loro, il giovane Scodì, capisce che non c’è da aver paura di quel cucciolo di uomo.
Nonostante le raccomandazioni della mamma e degli altri del gruppo, che sanno quanto male possa fare l’uomo, Scodì si lascia guardare e instaura una singolare amicizia con Edoardo. Tra le tante avventure ce ne sarà una terribile e Scodì potrà salvarsi solo per aver creduto in quel ragazzo.
Nel racconto, colorato dal fascino della natura e degli animali, sono evidenziati comportamenti positivi nei confronti dell’ambiente. Ma tenerissima è la storia di due piccoli di razze diverse che riescono a comunicare. Perché l’amore è comune a tutte le razze e solo l’amore può salvare il nostro pianeta in pericolo.
Una favola bellissima, dunque, da leggere senza pregiudizi a tutte le età.” 

fonte: https://www.infonotizia.it/recensione-e-prezzo-del-libro-scodi-katia-calandra/

Renata Rusca Zargar

recensione per "Scodì"

“Secondo libro di Katia Calandra, segue, come prevedibile continuazione, il racconto della sua vita (sempre in terza persona, ma la forzatura è palese), da dove si era fermata nel primo libro. Salta il periodo vissuto in Inghilterra perché non di interesse a quanto Katia vuole trasmetterci. La sua ritrovata casa man soprattutto la sua scoperta maturità che l’anno, vissuto lontano dalle sue sicurezze, le hanno dato.

Già dalla dedica… A mio padre che inconsapevolmente mi ha inculcato quell’amore sconfinato per la sua terra e quella passione viscerale per il lavoro unita alla determinazione e alla tenacia… traspare una maturità che l’accompagnerà in questo racconto di vita vissuta, ma non sua, ma delle sue origini, alla scoperta del… da dove veniamo……che è alla base, volente o no, di chi siamo.

La persona / è come una pianta / e il suo passato / sono le radici / che futuro può avere / una pianta / con le radici recise?

Rosalba sa che per vivere serenamente e consciamente la propria esistenza è indispensabile mantenere integro quel filo, o meglio quella catena che ci collega al passato. È giunto il momento di sviscerare il suo passato e questo con chi meglio può farlo se non con suo padre, fino ad allora poco presente, ma che un provvidenziale incidente, in una altrettanta provvidenziale stagione, quella autunnale, ha reso disponibile.

È una scrittura fluida, scorre tra le pagine con un incedere che non ti lascia tempo al distacco, ti coinvolge, ti immedesima nei luoghi e nel tempo descritti, né con enfasi, né con commiserazione, ma con lo sguardo disincantato della protagonista.

Lascia che a parlare sia il padre, fonte di conoscenza, che l’autrice vuole limitarsi a trascrivere, riportando volutamente un linguaggio a volte superato, a volte semplice, come semplice è il linguaggio della gente di campagna abituata ai lunghi silenzi, al confronto diretto con la natura, ai lunghi sguardi verso l’orizzonte per carpire un segnale sul tempo che farà l’indomani.

Adulti con un linguaggio a volte crudo, come lo è la natura nel suo susseguirsi delle stagioni, col sole cocente dell’estate, le gelate invernali, le lunghe siccità o le devastanti grandinate che mandano in fumo il lavoro di un intero anno.

Emerge come le generazioni precedenti accettino comunque queste difficoltà, non con rassegnazione, ma con sfida nel volere andare comunque avanti, mentre le nuove guardano oltre, verso lidi che a torto od a ragione, reputano migliori.

Il futuro ci darà una risposta, anche Rosalba ne è conscia, infatti termina questo suo scritto con quello che possiamo prendere come un messaggio e perché no, come eredità morale.

……. Domani sarebbe sorto un nuovo giorno, carico di promesse da scartare, vivere e gustare, nel misterioso e inesorabile incedere del tempo………

Infine voglio consigliare la lettura di questo libro a tutti, perché sono fermamente convinto che un libro di memorie, un’autobiografia ha sempre il merito di lanciare una provocazione, promuovere una riflessione e, se il caso, stimolare un dibattito, oltre ovviamente quello di far vibrare per risonanza corde della stessa lunghezza d’onda.”

Pietro Ciacci

Ingegnere, recensione per "Lo chiamavano Geronimo"

“Il libro è una lettura adatta anche ai ragazzi delle scuole medie e del biennio superiore perché riflette, per molti aspetti, il rapporto che la stessa autrice ha avuto con i genitori e i nonni, e il suo vivere in campagna con i problemi della frequenza scolastica e dello studio. Ma anche il rapporto, come lei lo ha conosciuto e lo immagina, anche attraverso i racconti di famiglia, fra i suoi genitori e i nonni. Da ciò viene un confronto fra generazioni che non si differenziano solo per età, ma anche per mentalità e tipi di vita e di lavoro, perché le veloci trasformazioni che sono avvenute nelle campagne, soprattutto nell’ambito della mezzadria, in quegli anni sono state profonde e le vicende delle guerre, del periodo fascista, della ripresa del secondo dopoguerra, sono state esperienze di grande impatto nella vita di tutte le persone, sia sotto il profilo psicologico e culturale, sia sotto quello economico.” 

Luciano Aguzzi

Preside di liceo in pensione, saggista, scrittore, recensione per "Lo chiamavano Geronimo"

“Il romanzo parte con il ritorno di una giovane donna, Rosalba, da un viaggio in Inghilterra. Al suo arrivo alla terra natale diverse cose sono cambiate e lei, che è una persona curiosa, vuole conoscerle tutte. Particolare è l’interesse per le origini e per la storia di suo padre, uomo che ha vissuto tutta la sua vita nei campi, come i suoi avi, e che ha amato la terra, fino a riscuotere un particolare successo. Ne emerge un lungo dialogo tra un padre e sua figlia. La narrazione torna indietro fino al 1912 e racconta della vita nei campi in un periodo storico in cui l’Italia è sottomessa al gioco della mezzadria e in cui si dipende da un padrone a cui tutto è dovuto. Si susseguono mille e mille ingiustizie, lutti, opportunità mai colte e, invece, anche un lieto fine. C’è chi non si arrende mai e nonostante le avversità della vita riesce a ricavare uno spazio per sé e per la propria famiglia, in cui vivere finalmente sereni.” 

fonte: http://www.infonotizia.it/lo-chiamavano-geronimo-katia-calandra-recensione-del-libro/

Zarina Zargar

recensione per "Lo chiamavano Geronimo"

“E’ un libro indicato soprattutto, secondo me, per gli adolescenti che leggendo si possono immedesimare nella protagonista Rosalba e prendere spunto da lei per affrontare le difficoltà di questa età. Il linguaggio è fluido e nel racconto vengono trattati con delicatezza i temi dell’età giovanile come il bullismo, la droga o i cambiamenti del proprio corpo. La storia di Rosalba mi ha colpito, specialmente per il suo legame con la nonna che l’ha sempre sostenuta.”

Chiara Brisigotti

studentessa, recensione per "La vita fra i capelli"

“Il romanzo ripercorre la vita di una ragazza di campagna intorno ad Urbania, partendo dall’età adolescenziale, collocata con l’inizio della scuola media, nei primissimi anni 80.

Passaggio per lei doppiamente significativo perché la porta ad allontanarsi dall’ambiente domestico, fino ad allora vissuto, circoscritto tra la casa e la scuola elementare di campagna, per scoprire l’ambiente cittadino, se pur di un piccolo paese dell’entroterra Marchigiano. Nello svolgersi del racconto vengono fuori le sue crisi, ma anche della sua forza d’animo nell’andare ostinatamente avanti combattendo le inquietudini ed le paure arrivando alla fine del romanzo, che si colloca otto anni dopo, all’agognata maturità scolastica e maggior età, rendendosi conto di aver ormai raggiunto quella autonomia e quella autostima, sentendosi finalmente libera dai condizionamenti che l’avevano fino ad allora accompagnata.

 Particolarmente per chi, come me, ha vissuto, molti anni addietro, un percorso simile, anche se ben diverso per l’approccio, con cui maschio e femmina, vivono ed affrontano l’adolescenza, non poteva non coinvolgermi questo libro che ho letto volentieri e piuttosto velocemente, perché la lettura mi ha “preso”, anche se ovviamente per l’età non faccio parte del target di lettori a cui il libro è principalmente indirizzato (e cioè lettori di fascia adolescenziale o poco più). Il ripercorrere quel periodo della mia vita attraverso la stori di Rosalba, mi ha coinvolto emotivamente portandomi indietro nel tempo ed identificandomi con l’analogo periodo della mia vita.

Va riconosciuto a Katia e non si può non convenire, il suo ammirevole intento educativo per il messaggio che da questo libro traspare ed augurarsi che molti giovanissimi lo leggano ricevendone una positiva influenza nel proseguo della vita da adulti.

Vorrei evidenziare come il titolo del libro sintetizzi il percorso adolescenziale di Rosalba, la sua ostinazione nel ammorbidire il suo comportamento, la sua durezza che la portava ad allontanarsi dagli amici, o meglio non crearne di nuove, si accomuna alla sua capigliatura ribelle, ma che alla fine riesce addomesticare. 

 Il libro può essere proficuamente letto anche dai non giovani, interessati a ripercorrere uno spaccato della loro vita, con una lettura il cui ritmo e tono della narrazione sono coerenti e ben proporzionati risultando così una lettura scorrevole e anche, a tratti, alquanto piacevole.

 Da ultimo, per meglio comprendere un libro autobiografico (anche se non dichiarato parlando in terza persona), va ricordato che la molla che spinge a rievocare periodi della propria vita, fissarli in uno scritto, deriva dal desiderio forte di dare condivisione al proprio vissuto, inconsciamente sicuri dell’utilità del messaggio proposto.  A maggior ragione in un racconto come questo, che, collocandosi temporalmente in un ambiente, quello della campagna Marchigiana degli anni ‘80 è stato testimone di un passaggio epocale di civiltà: solo pochi decenni fa il lavoro, l’economia, la morale e in generale gli stili di vita erano tali da risultare addirittura incredibili ai ragazzi di oggi. Noi adulti, quasi anziani, in particolare quelli che provengono da un contesto di campagna, abbiamo vissuto questo passaggio, ognuno in maniera diversa, comunque tra compiacimento e perplessità, chiedendoci se ciò che la modernità ci ha portato in termini di progresso, benessere, libertà da condizionamenti morali, consumismo, sia tutto oro, oppure nasconda un prezzo che prima o poi la natura ci chiederà di pagare………… E lo sta’ facendo già in questo periodo.”

Pietro Ciacci

Ingegnere, recensione per "La vita fra i capelli"

“La vita fra i capelli è uno spaccato di vita di un’adolescente divisa tra le responsabilità della vita familiare e i desideri, i dubbi, le vulnerabilità e le speranze che incrocia nel costruire affetti e il suo futuro. Lo sfondo della narrazione è incorniciato da  una natura pura, da paesaggi mozzafiato, dall’espressione di un incontenibile amore per gli animali. L’autrice riesce a suscitare nel lettore spazi di riflessione e introspezione che lo accompagnano a riappropriarsi del vero senso delle cose.”

Beatrice Catenacci

Docente - Urbino 2021, recensione per "La vita fra i capelli"

“Il libro non nasconde il suo carattere educativo, di narrativa per ragazzi, direi dalle ultime classi delle elementari a quelle della media (9-14 anni circa). Ma ciò non toglie che possa essere utilmente letto, e con piacere, anche dagli adulti. Il sottoscritto, che ha 76 anni, lo ha letto con gusto e interesse e a tratti anche con viva emozione. Scritto da un’insegnante di scuola media che è al suo terzo romanzo, il libro intreccia almeno tre filoni tematici. 1) Quello dell’ambiente, natura e lavoro contadino, in cui la stessa autrice è cresciuta e che conosce bene. Tutta una serie di descrizioni e di informazioni assumono uno spessore di verità, da antropologia culturale, di documentazione di mille aspetti di vita contadina del Novecento fino agli anni più vicini a noi e l’abbandono in massa delle campagne nel corso degli anni Sessanta e Settanta o la trasformazione dei mezzadri in coltivatori diretti. Questa epocale trasformazione dell’agricoltura marchigiana è bene rappresentata nel libro che si svolge in una zona agricola del Montefeltro, simile a quella di Urbania. 2) Quello proprio del ragazzino protagonista in rapporto con la famiglia, in particolare il padre. Ci sono i problemi della crescita, i piccoli e grandi drammi della famiglia visti con la mentalità del ragazzo, il suo sentimento sempre maggiore di autonomia, di indipendenza, di solidarietà con i familiari, di responsabilità, di volontà di contribuire al lavoro comune. E anche i momenti di crisi in cui il giovane si sente incompreso. 3) Quello dell’immersione nella natura, nella vita dei campi coltivati come in quella della natura ancora selvaggia. L’incontro con un capriolo sviluppa un’empatia viva che diventa relazione sentimentale importante per la crescita del ragazzo, che spia la vita dell’animale, gli si avvicina, lo protegge. Qui c’è una visione ecologica del rapporto fra uomini e animali e sull’equilibrio e sul rispetto della natura. Che però rifugge da forme favolistiche non verosimili.”

Luciano Aguzzi

Preside di liceo in pensione, saggista, scrittore, recensione per "Scodì"

Libro decisamente per ragazzi, della fascia di età del protagonista, ma anche oltre, ha il pregio di dare un messaggio forte, utile e facilmente apprezzato, nel rapporto con l’ambiente il cui racconto è collocato.

Altre recensioni, meglio di me, parleranno del contenuto, dello sguardo estasiato di Edoardo, del giovane Scodì, che nonostante le raccomandazioni della mamma e degli altri del gruppo, che sanno quanto male possa fare l’uomo, capisce che non c’è da aver paura di quel cucciolo di uomo.

Nel racconto, sono mostrati i comportamenti positivi nei confronti dell’ambiente e non solo ma anche quelli tra i due piccoli di razze diverse che riescono a comunicare. Perché l’amore è comune a tutte le razze e solo l’amore può salvare il nostro pianeta in pericolo. Una favola bellissima, dunque, da leggere senza pregiudizi a tutte le età.

Il messaggio ambientalista è forte, per cui utile affinché le nuove generazioni possano farselo proprio, visto che noi adulti, col nostro comportamento diamo l’impressione, e non solo, di sottovalutarlo.

È un libro da adottare nelle scuole primarie affinché i ragazzi possano, attraverso la lettura di questa storia, immergersi in una natura che fa non da cornice, ma da parte integrante, là dove i protagonisti, umani e non, ci vivono in simbiosi, facendosene integralmente parte.

Una favola bellissima, dunque, da leggere senza pregiudizi a tutte le età.

Pietro Ciacci

recensione per "Scodì"

“E’ un libro che consiglierei a tutti, specialmente agli amanti della natura e degli animali. Il linguaggio è semplice, scorrevole e il libro si legge velocemente. La storia dell’ amicizia nata tra un giovane ragazzo e un piccolo capriolo, è molto emozionante e le loro avventure avvincenti sono arricchite da immagini fotografiche che avvicinano il lettore alla bellezza del paesaggio e della natura”

Chiara Brisigotti

studentessa, recensione per "Scodì"

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